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Daverio: una lezione – di buon senso – per la cultura ai tempi del Covid

#Daverio #Buonsenso #Duomo


Passati i tempi dei coccodrilli e della corsa al ricordo “della stretta di mano”, forse sono più maturi le analisi di una personalità fra le più complesse e significative del mondo della cultura milanese del Dopoguerra: Philippe Daverio.

Certamente Daverio aveva compreso una delle regole della comunicazione di oggi: per apparire bisogna costruire il proprio personaggio: abiti sgargianti d’antan, pronuncia spiccatamente blasé, l’ampio tabarro in periodo invernale. Tutto era un biglietto da visita.

Fermarsi a questa “originalità” non farebbe capire nulla dell’uomo, però. Ho avuto modo di frequentarlo, per alcuni mesi anche con una certa frequenza, quando ricopriva la carica di Direttore Artistico del Museo del Duomo di Milano


(“El noster domm”, come lui lo chiamava con un mai celato affetto”). Venni incaricato di scrivere con lui un libro proprio sul Duomo ed ebbi con lui alcuni bellissimi incontri nella sua grande casa di piazza Bertarelli e alcune passeggiate (dalla Cattedrale a casa sua) che mi fecero meglio capire questo straordinario personaggio.

Se c’è una cosa che ho imparato frequentando il mondo della cultura, e un po’ meno quello dello spettacolo, è che il divismo è sempre in agguato: il divismo che cancella chi hai intorno, che ti “impone” la scenata d’artista, e il gigioneggiare con i potenti e trattare – male – i meno potenti. Un virus a cui Daverio era assolutamente scevro: era proprio il vecchio milanese (tanto lontano dall’”imbruttitismo” di questi tempi), che ti offre il caffè, ha il piacere della chiacchiera di buon gusto (non pettegola, come va tanto di moda nella nuova Milano), si ferma a salutare con piacere la signora che gli chiede immancabilmente quando tornerà in televisione, e senza spazientirsi risponde che la Rai non lo vuole… Una gentilezza schietta e non affettata, una piccola lezione in questi tempi di violenza (verbale e non solo).

Se Passepartout aveva segnato il suo trionfo mediatico ne aveva anche determinato lo stigma nel mondo della cultura ufficiale che, diciamolo, non l’ha mai digerito: ricordate lo stile sincopato e paratattico del glorioso programma? Gli sguardi in primo piano intrisi di dubbi, di illuminazioni e di stupori? Parlare a tu per tu con lui non era troppo diverso: spaziava, saltabeccava fra l’arte l’economica e il menù del giorno prima al ristorante. Esattamente il contrario di un serio, affidabile, stereotipato (e noioso) discorso scientifico.

Un esempio: proprio sul Duomo! Dopo secoli e secoli di controversie sul come e quando era sorto il grande cantiere, lui le liquidava con un sorriso e metteva invece al centro l’arma segreta di Gian Galeazzo Visconti: le marcite. Con i 4 raccolti d’erba all’anno – e anche in periodo invernale – le sue truppe potevano marciare prima e meglio degli altri e assicurarsi le ricchezze che avevano permesso anche di mettere quelle costosissime prime pietre…

L’accademia non gli perdonava la (quasi laurea) in economia (l’antitesi di una seria laurea in storia dell’arte); la formazione errabonda, di “strada”; i suoi passati di mercante d’arte; e le sue mostre e i suoi cataloghi rubati ai colleghi “seri”. Ma alla lunga aveva vinto la sua intelligenza “illuministica”, da “Il Politecnico” e o da “Il Caffè” in cui non era tanto importante il titolo professorale ma il guizzo dell’intelligenza. E aveva vinto la sua capacità di affabulatore, di colui che spiega le reti e collegamenti nascosti, che entra con garbo di chi non vuole insegnare ma spiegare.

Una formazione molto moderna – e di buon senso - non senza basi (anzi) ma più concentrata sul sapere fare (che era il saper spiegare, affascinare e accompagnare verso la cultura). E aggiungo molto più “mediatica” e adatta alla comunicazione digitale e “in pillole”. Una DAD anche litteram, lezione a sua volta per tanti docenti.

La moglie, molto più pratica, a volte lo riprendeva amorevolmente, gli chiedeva conto di tempi e di scadenze. E lo stesso nostro libro giace tristemente in bozza, perché alla fine i suoi interessi lo portarono ad altro.

Ma alla fine ebbe ancora ragione lui: meglio (e meglio per la cultura!) una clip di 5 minuti sulla nascita degli spaghetti (in rete e spassosissima) e mille altre di queste geniali uscite, che l’ennesimo libro sul Duomo!