NINO GRECO “IL POETA ANALFABETA” PubMe

...salpa la “Regina dello Stretto” e noi con lei.

Spadara? Peschereccio? Nave da crociera?

Popolata comunque da figure, con le loro storie dolci-amare.

A raccontare ci pensa una folla di personaggi: l’affabulatore, il farmacista agnostico, la ragazza con l’elefante, Rocco-Abatino, la signora dal foulard, Liza, la scienziata con l’iPad che nasconde le sue favole…

Uomini comuni, dei e semi dei, come un colorato carosello… dietro la metafora, la realtà e l’affanno del vivere quotidiano.

Mentre dei visionari narrano storie di corsari, di mori, di schiavi, la fertile terra di Sicilia, l’isola che compare e scompare all’orizzonte, tiene la “ricchezza ammucciata” di contro, si offre in tutto il suo splendore.

Parallelo a questo mondo fatto di “favole di mare”, la cui bellezza è evidente, altra e ben diversa realtà, popolata da briganti e “pircanti” che, riciclando, differenziando e sciogliendo la ricchezza nascosta, indisturbati ne fruiscono, tutelati da leggi interpretate ad usum delphini.

Il disprezzo verso tutto ciò che nella società odierna rappresenta sporcizia, corruzione, connivenza, celato nel mito metafora, diventa chiara denuncia.

Il narratore sembra talvolta distratto, ma è tutta apparenza: l’espediente, quasi un vezzo, non deve ingannarci: la sua veste di interlocutore convenevole, diplomaticamente accondiscendente, cela una curiosità mai doma.

Ogni discorso, apparentemente scontato, suscita nel “poeta”

acute riflessioni, perché niente ritiene banale.

Il linguaggio de “Il poeta analfabeta”, originale e colorita frammistione di italiano e vernacolo siciliano, una sorta di contaminazione, vivacizza, dà freschezza e brio all’intera narrazione, si adatta al contenuto acquistando, di volta in volta, la forma della metafora, del paradosso, dell’assioma, dell’aforismo dell’ironia e della denuncia.

Sottende l’opera una sorta di soffusa musica che, dalle note carezzevoli narranti il mito, in un crescendo rossiniano, raggiunge i toni verdiani della denuncia, per poi scemare, in un ritorno lieve, degno di un notturno, dove tutto danza, come zattera sulle onde.

Il poemetto in vernacolo, quasi in chiusura del romanzo, diventa decodifica della narrativa, supporto esplicativo della metafora” favola bella di gente di mare”, che permette al visionario poeta di arrampicarsi sulla scala dei sogni e ancorarsi al cielo. “Maledetto mestiere di poeta, arrampicare il cielo e ritrovarsi annegato di parole…” l’ironia diventa autoironia.

Chiari i consigli e la lezione trasmessi dal “poeta”: anche la scienza, ha bisogno di salire a bordo della “nave delle favole” ed intraprendere un viaggio visionario, per essere studiata e correttamente compresa, - ogni scoperta scientifica, prima di nascere, appartiene all’entroterra del sogno -: “Bisogna inventare favole belle per navigare la vita”, “non c’è collare che ci può tenere/ padroni siamo del destino nostro”.

Del resto, in questo viaggio alla scoperta di noi stessi e della società, può anche risultare piacevole accompagnarsi alla Luna e…” lavarsi la faccia di vento”